#STORIE Antonio Di Pietro torna nel suo Molise per produrre olio

News  04 Agosto 2020



RIPORTIAMO INTEGRALMENTE L’ARTICOLO di Roberta Scorranese pubblicato il 31 luglio sul CORRIERE DELLA SERA 

Su Facebook il gruppo «Molisn’t — Io non credo nell’esistenza del Molise» conta quasi 70 mila iscritti. E in effetti qualche volta è dura convincere i più scettici che a Termoli si mangia un ottimo brodetto (zuppa di pesce). O che a Isernia non solo c’è vita, ma c’è anche un parco archeologico che ha rischiato di diventare patrimonio Unesco. Eppure in questa regione che molti assimilano alla leggenda, schiacciata tra la cosmopolita Puglia e il «misterioso» Abruzzo, c’è una enclave di purissima popolarità che si chiama Montenero di Bisaccia, provincia di Campobasso. Un posto che tutti conoscono, ma che forse pochi hanno visto: è famoso da almeno quarant’anni perché è il paese di Antonio Di Pietro. Però qualcuno ci è stato davvero?

Le prove, le prove. «Sto qua, a casa mia, sotto il cielo del Molise» giura per telefono l’ex magistrato, che lì (fanno fede i registri delle nascite) è nato settant’anni fa. Poi è andato al Nord e, dopo aver compiuto il più grande repulisti della storia repubblicana, a Montenero è tornato. «Abbiamo restaurato la grande casa di famiglia, a pochi chilometri dal paese. Alleviamo animali, facciamo un poco di olio e di vino, coltiviamo qualche verdura». Per esserci, le foto ci sono: Di Pietro che porta fuori i cavalli, Di Pietro con un cappello di paglia che torna dall’orto. E sullo sfondo di queste immagini appare un paesaggio che davvero si potrebbe ascrivere al genere fantasy: pianure sterminate interrotte solo da piccole boscaglie scure (il nome Montenero deriva da questo) o da colline traforate in tante piccole grotte. «Sono le grotte di tufo — dice Di Pietro — caratteristica anche di altre regioni vicine. Una delle cose più suggestive, qui». Prima ci abitava la gente povera, poi questi rifugi pietrosi sono diventati rimesse per animali e oggi sono teatro di bei presepi natalizi.

Piano piano la cartolina di Montenero si compone. Ma conserva quella velatura di ignoto che forse è meglio non cancellare: c’è un sottile piacere nello scoprire gli antichi tratturi, i percorsi battuti dai pastori per la transumanza del gregge. «Intanto perché percorrendoli si impara molto della storia italiana del lavoro — continua l’ex magistrato — e poi perché sembra di camminare in un sentiero tutto uguale ma ogni tanto si viene sorpresi: da una chiesetta che sbuca dal nulla, da qualche casa vecchia». E se Di Pietro regala al Corriere una foto che lo ritrae bambino a Montenero, tra la mamma e il papà, con gli animali al pascolo, l’attore Neri Marcorè aggiunge altre prove dell’esistenza della cittadina molisana: sua madre Ines qui ha imparato a giocare a bocce e così ha potuto diventare campionessa italiana nel 2013. E i bisnonni di Robert De Niro non erano di Ferrazzano? E il padre di Sergio Castellitto non era di Campobasso? Forse il punto non è che il Molise non esiste. Il punto è che molti se ne sono andati da tanto tempo.

E oggi, come dice anche Di Pietro, questa terra è divisa in due: quella moderna, ricostruita, e quella antica, che è rimasta esattamente come era più di un secolo fa: dai calanchi ai piccoli borghi in pietra, dai pascoli che si perdono a vista d’occhio alla lingua di mare che si affaccia poco dopo il confine con l’Abruzzo, spoglia e bella perché nuda. Persino alcuni piatti sono rimasti incontaminati dalle mode stellate: «Se vi danno la ventricina assaggiatela perché è buona, ma voi chiedete il pane cotto con le fave. Quella è la vera natura del Molise» raccomanda Di Pietro. E ogni tanto, sotto il chiaro delle stelle, mettetevi a guardare da lontano il profilo della Majella, regina degli Appennini, regno del lupo, dell’orso e dei santi eremiti. Se cercate la Florida, fate qualche chilometro verso il Meridione e arrivate in Puglia. Ma se cercate un posto che non ha paura di «non esistere», bene, ci siete.