Sant’Elia Fiumerapido è un comune italiano di 6.283 abitanti della provincia di Frosinone nel Lazio, è posto a ridosso della città di Cassino e confinante con i comuni di Cassino, Terelle, Belmonte Castello, Villa Latina, San Biagio Saracinisco, Vallerotonda, Cervaro.

Ha una superficie di oltre 41 KM2, il territorio, costituito da un centro e tre frazioni (Valleluce, Olivella e Portella) è variegato e si sviluppa tra un’altezza che varia tra i 60 e circa 1000 metri di altitudine. Gli uliveti, costituiti da leccino, frantoio e moraiolo, sono situati nelle zone collinari con altitudine che varia tra i 200-250m e 500m circa, più precisamente la vasta fascia di territorio che si estende tra la frazioni di Portella e  Valleluce, passando nel territorio a ridosso del centro del paese.     

 La coltivazione di ulivi a Sant’Elia ha origini millenarie, le prime testimonianze si hanno in epoca Sannitica (V sec AC) e Romana. Un ulteriore impulso alla coltivazione dell’olivo nelle nostre zone ci fu nell’800 sotto lo Stato Pontificio. Grazie alla posizione geo-climatica il territorio di Sant’Elia Fiumerapido, offre un patrimonio olivicolo di grande interesse sia per la quantità sia per la qualità dell’olio derivante dalla coltivazione stessa. I Santeliani hanno una dedizione particolare per la coltivazione degli uliveti: infatti, si tramanda di generazione in generazione ed è fiorente la produzione che ne deriva. Per la maggior parte si tratta di olivi secolari dislocati nelle zone collinari del territorio comunale.  Di conseguenza, sono numerosi i frantoi presenti sul territorio comunale la cui gestione per alcuni, si è tramandata di padre in figlio e che, in virtù della abbondante produzione, garantiscono la lavorazione dal mese di ottobre fino ad ultimazione della raccolta.

 

L’OLIO  NELLA  STORIA  DI  SANT’ELIA  FIUMERAPIDO

 Agli occhi di un contemporaneo l’uso che dell’olio d’oliva si faceva in epoca romana è sorprendente. Una grande quantità era impiegata come elemento essenziale nella cosmesi, come balsami e unguenti, indispensabili per i massaggi, curare ferite sanguinanti, ustioni, lacerazioni della pelle ecc. Inoltre era adoperato anche per il bucato con un processo di saponificazione. La morchia bruciata, infine, costituiva un ottimo concime. Si stima che nell’antichità ogni cittadino adulto consumasse almeno 55 litri di olio: tra questi 30 erano utilizzati per l’igiene del corpo, 20 in cucina, 3 per l’illuminazione con lucerne in terracotta e in bronzo, 2 per usi rituali e 0,5 come medicamento.

Nel V sec. d.C., lo scrittore e proconsole romano Macrobio, vissuto al tempo degli imperatori Onorio, Costanzo III e Valentiniano III, nell’elencare i migliori prodotti agricoli del Lazio e della Campania, assieme al vino Falernum (prodotto nell’area fra Sessa Aurunca e Mondragone) e al frumentum campano (soprattutto nel territorio casertano), nomina anche il casinas oleum (l’olio cassinate). A Casinum, a quell’epoca, era attivo anche un Collegium (corporazione) di produttori di olio. Della qualità dell’olio cassinate parlano anche molti altri scrittori e poeti romani, da Catone a Marziale, da Varrone e Orazio a Giovenale e quindi Plinio il Vecchio che parla anche dei caplatorese cioè gli addetti ai frantoi oleari. Da non dimenticare anche il geografo greco Strabone. Ma si può risalire alla presenza di magnifici uliveti nelle nostre zone già a partire dal IV secolo avanti Cristo. Furono i Sanniti ad importare questa ottima coltivazione da queste parti. La conferma ci viene da Cicerone che a tal proposito ci parla di un cittadino sannita di nome Licinius che dà il nome all’olio venafrano detto proprio liciniano. I Sanniti erano ben radicati soprattutto nel Molise fino al territorio atinate da una parte e a quello venafrano dall’altra. Come era giunta la coltivazione dell’ulivo nel cassinate? Partiamo, per quello che storicamente sappiamo. Attorno al XIII sec. a.C., mercanti fenici approdarono sulle coste occidentali tirreniche e loro usi e costumi entrarono nella vita degli Etruschi. Con essi, anche la preziosa pianta dell’ulivo e quindi l’olio. La dorsale appenninica italiana era all’epoca abitata dal popolo indoeuropeo degli umbro-sabelli che, a contatto con gli Etruschi, ne assimilarono anche la coltivazione e l’uso dell’olio. Due grandi famiglie degli umbro-sabelli, i Sabini e i Sanniti, estesero questa coltivazione nell’Italia. Per quanto riguarda il cassinate, fu verso il V e IV sec. a.C. che gli uliveti e l’olio furono introdotti in territorio di Venafrum. Con l’arrivo dei Romani nel cassinate, i Sanniti dovettero ritirarsi sui loro monti molisani e Casinum divenne municipium romanum. I Romani introdussero la coltivazione di nuovi uliveti anche sui colli circostanti il corso del basso Liri e la valle del Rapido. Crebbero uliveti sugli assolati terreni di Pecorile e Oliveto, a Sant’Elia Fiumerapido, e sui colli di Valleluce già villaggio romano dal II secolo avanti Cristo. La coltivazione e la produzione di olio si accrebbe nel Medio Evo ad opera dei monaci benedettini di Montecassino.

Dal 1600 la coltura degli uliveti e la produzione di olio si ampliò e si raffinò.  Nacquero i primi uliveti privati. A Sant’Elia, per esempio, si ricordano soprattutto gli uliveti della facoltosa famiglia santeliana Gagliardi. Erano sulle colline di Portella e ancora oggi quell’estese colline vengono chiamate “la gagliarda”. In una mappa del 1745 è riportato per iscritto un  “montano” (frantoio) proprio nell’ancora inabitata zona di Portella. Marco Lanni nel 1873 ne decanta l’ottima qualità e i sistemi di coltura e di raccolta e ci dice già che già dal 1200 il territorio  di Sant’Elia era ricco di uliveti. Nel centro storico del paese, durante i lavori di scavo del 2012 per la costruzione di in parcheggio sotterraneo, furono rinvenute resti di mura e di pavimento con relative tracce di arredo di un frantoio oleario del XIV secolo. Il resto è storia dei nostri giorni.

Origini di Sant’Elia

Il primo nucleo abitato di Sant’Elia fu fondato come castrum dall’Abate Monsone nell’anno 991 e gli fu dato il nome della vicina chiesetta di Sant’Elia Profeta che era stata distrutta dai Saraceni nell’886. Nel 1057 (66 anni dopo), Papa Vittore II, che in precedenza era stato Abate di Montecassino con il nome di Desiderio, emanò una Bolla Pontificia in cui dichiarava completata la costruzione di 19 castella nel cassinate tra cui il “Castellum Sancti Heliae”. Al nuovo paese, infatti, costruito su una collinetta alla sinistra del fiume Rapido che occupava all’epoca l’area di Largo San Pietro e il portico di via Marconi, era stato il nome della chiesetta di Sant’Elia Profeta che preesisteva, costruita nell’VIII secolo dall’Abate Apollinare, sulla riva sinistra del fiume di poco più a valle dell’attuale ponte degli Sterponi. Nel frattempo nel paese era stata costruita la prima chiesa che fu intitolata San Pietro Apostolo di cui ancora esistono ammirevoli resti. Sant’Elia era amministrata da un Rettore benedettino per conto dell’Abbazia di Montecassino. Nel corso dei secoli fu zona di contesa fra Normanni e Abbazia. Il paese intanto si era esteso a valle della collinetta attorno alla nuova chiesa di San Biagio (attuale Municipio). Dopo la pace siglata nel 1230 da Federico II con Montecassino, Sant’Elia fu cinta da mura di difesa, a tratti ancora visibili, con undici  torri e tre porte: quella verso sud accanto alla chiesa di San Biagio, detta Porta di Napoli, quella a nord detta Porta di San Cataldo e quella ad ovest, ancora esistente, detta La Portella. I santeliani ebbero sempre un rapporto conflittuale con gli Abati di Montecassino per via delle tasse troppo esose. Ci furono anche rivolte che costarono morti e anche l’uccisione di un Rettore.  Dal 1300 e a seguire, in accordo con Montecassino, entrò nell’orbita del Regno di Napoli degli Angioini e quindi degli Aragonesi. Fece parte quindi del Regno delle Due Sicilie dei Borbone fin quando nel 1860, come l’intera Penisola, fu annessa al nuovo Regno Sabaudo dell’Italia Unita. Continuò a far parte della Campania e della Provincia di Caserta detta “Terra di Lavoro”. Nel 1927 Sant’Elia fu accorpata al Lazio e alla Provincia di Frosinone. Nel 1943 si trovò sulla Linea Gustav e fu devastata dai tedeschi, da un terribile bombardamento aereo degli Alleati e quindi dagli algerini dell’esercito francese e dai neozelandesi. Il triste periodo della guerra finì per Sant’Elia nel giugno del 1944. Nel corso dei secoli, lungo il fiume erano sorte industrie laniere e cartarie. I lanifici furono distrutti nel bombardamento aereo dell’ 8 dicembre 1943 e la grande Cartiera del Rapido, sorta nel XVI secolo ad opera di Montecassino e poi gestita nel tempo da privati santeliani, chiuse i battenti nel 1963. Seguì grande povertà e numerosa emigrazione continuando però a vivere una fiorente produzione agricola e olearia fin quando negli anni ’70 giunse la FIAT con tutte le industrie satelliti che comportarono la scomparsa delle botteghe artigiane e molti, fra artigiani e agricoltori, si convertirono in impiegati e operai metalmeccanici. Sant’Elia rinacque e tornò il benessere.

Arte, architettura, monumenti e resti archeologici

Il passato remoto del territorio santeliano conobbe presenze sannite, romane e bizantine.  In località Costalunga di Monte Cierro, sui colli alla sinistra di Casalucense , si ergono ancora tracce di poderose mura in opera poligonale risalenti al III secolo avanti Cristo (3° Guerra Sannitica).Nella frazione Valleluce sono in bella evidenza i resti dei cunicoli dell’acquedotto romano che, per XV miglia (22 chilometri), conduceva acqua potabile a Casinum. Risale all’epoca dell’imperatore Claudio (I secolo d.C.). Di epoca romana è anche il bellissimo Ponte Lagnaro, presso il cosiddetto bivio di Atina, risalente al 2° secolo dopo Cristo, periodo dell’imperatore Traiano. All’ XI secolo appartiene la chiesetta romanica in contrada Santa Maria Maggiore. Al suo interno, oltre ad alcuni reperti di epoca romana, vi sono affreschi murali del XIII e XIV secoli. Il pavimento musivo del presbiterio risale anch’esso all’ XI secolo, forse all’epoca dall’Abate Desiderio di Montecassino. Particolare e uno dei pochi in Italia è l’altare dipinto. La statua lignea della Madonna che è sull’altare è del  ‘600 barocco napoletano così come anche la statua dell’Immacolata nella chiesa di San Sebastiano. Anche la sconsacrata chiesa di Ognissanti, all’ingresso del paese, risale all’XI secolo. Al suo interno, la maggior parte degli affreschi sono di arte benedettina (un aggraziato misto fra romanico e bizantino). Altri sono del XIV o XV secolo. Affascinante e particolare è l’affresco dell’abside rappresentante una schiera di Santi e di Pie Donne con al centro San Pietro e San Paolo. La Cappella della Madonna di Palombara, che sta su un piccolo poggio alla destra della via da Sant’Elia per Valvori, in località Croce, è del 1300. Al suo interno, nella piccola abside, è rimasta traccia di un affresco con una soave Madonnina con Bambino. La chiesa di San Michele Arcangelo a Valleluce ha origini antichissime. Nell’anno 797 l’Abate Gisulfo di Montecassino fece costruire, sulle rovine di un’antica villa romana, un monastero benedettino che nel X secolo, su invito dell’abate Aligerno e per ben 15 anni, ospitò San Nilo da Rossano Calabro e i suoi monaci basiliani. A loro si deve la costruzione della prima chiesa in onore di San Michele Arcangelo. Nella parte, oggi sottostante, ancora restano due delle tre tipiche absidi. Altri resti si trovano nel sotterraneo. Con il tempo la chiesa fu alzata al livello dell’attuale piazza San Nilo e nella sagrestia sono ancora visibili tracce di affreschi parietali medievali. Le colonne laterali dell’altare con i loro capitelli di ordine corinzio sono recuperi di epoca romana così come la colonnina dell’acquasantiera. L’antico monastero benedettino in cui visse San Nilo è ancora riconoscibile, lì nella piazza, pur se riattato ad abitazioni private. Nel 1250 fu eretta dal sacerdote Leonardo Infante, nel centro di Sant’Elia, la prima costruzione della Chiesa Madre di Santa Maria la Nova che venne poi ingrandita nel 1700 su progetto del Vicario di Montecassino Erasmo Gàttola. Ne venne fuori il bellissimo attuale monumento ad intreccio architettonico fra il romanico, il rinascimentale e il barocco. Vi si accede da due scalinate convergenti. L’imponente altare maggiore era di ordine barocco ma fu distrutto una trentina di anni fa da ladri senza scrupoli e restaurato con dimensioni più piccole e spostato in avanti ad opera dell’architetto santeliano Giuseppe Picano. Nel suo retro si dipana un prezioso coro ligneo settecentesco, ora in restauro. Del 1692 è il grande organo a canne, opera del famoso organaro Cesare Catarinozzi, che si erge nella balconata sovrastante l’ingresso alla chiesa. Molte delle statue lignee settecentesche di Santi e Madonne sono opera dello scultore Giuseppe Picano. Del 1300 è il grande Crocifisso incastonato sul secondo altare laterale destro. Cinquecentesco è il fonte battesimale alla destra dell’ingresso. La tela seicentesca della Sacra Famiglia sul secondo altare sinistro è opera del pittore cassinate Marco Mazzaroppi. Del 1700 le altre tele. I sei tondi con i Profeti dipinti sulle parti laterali alte del coro sono opera del primo  ‘900 del pittore santeliano Enrico Risi così come lo sono le tre tele incastonate nel sottosoffitto della navata centrale raffiguranti l’Annunciazione, la Visitazione e la Natività. Nella parete laterale sinistra dell’altare maggiore, vicino alla sagrestia, c’è un pregevole altorilievo di epoca aragonese (XV sec.) raffigurante la Passione di Cristo. Il campanile della chiesa, con l’orologio tetragonale, è del 1700. Il Santuario sul colle di Casalucense con annesso un convento di Frati Francescani è oggi quello restaurato e ingrandito fra il 1865 e il 1875. Il Santuario della Madonna ha però origini antichissime. Nel 1300 i monaci benedettini di Valleluce eressero una chiesetta in quel luogo, sui ruderi di un’antica villa romana. Qualche anno dopo le fecero dono della loro statua delle Indulgenze e lì si stabilì un monaco eremita. Cominciarono così i primi pellegrinaggi per ottenere indulgenze plenarie. Si cominciò quindi ad ingrandire la primitiva chiesetta, che continuava a stare nel luogo di origine, fra l’attuale sagrestia e l’orto dei frati. Nel 1807 e nel 1840 ebbe grossi interventi strutturali fin quando nel 1865 si iniziò a innalzare l’attuale Santuario con convento a lato. La statua lignea della Madonna, sull’altare maggiore, è ancora l’originale trecentesca. Gli affreschi sono opera di Enrico Risi (fine 1800) e Giovanni Bizzoni (metà del 1900). Nel 1726 si dette inizio alla costruzione della bellissima chiesa barocca, della frazione Olivella, dedicata all’epoca alla Madonna delle Grazie. A progettarla era stato, attorno al 1720, su incarico dell’abate Ippolito della Penna di  Montecassino, l’architetto napoletano Arcangelo Guglielmelli. A dirigere i lavori di costruzione fu il suo discepolo Giovanni Battista Nauclerio. Il suo interno contiene vestigia preziosissime. Su un altare laterale sinistro c’è una bellissima tela settecentesca raffigurante “La visitazione della Madonna a Santa Elisabetta”, opera del pittore napoletano Lorenzo De Caro, erede della cultura pittorica di Luca Giordano. Alla destra dell’ingresso in chiesa è deposto un cippo di epoca romana neroniana (I sec. d.C.) riferita all’acquedotto romano che proveniva da Valleluce e su un lato reca scritto il nome dell’ ingegnere cassinate dell’opera: Obultronius Cultellus. Sull’altare maggiore si innalza la statua lignea quattrocentesca della Madonna. Nel 1987 alla chiesa della Madonna delle Grazie fu mutato il nome in Madonna dell’Ulivo. Ci si volle richiamare al tradizionale narrazione della pastorella a cui si dice che apparve la Madonna su una pianta di ulivo. Più credibile è il fatto che il nome Madonna delle Grazie le derivò dallo stesso nome di una chiesa che l’architetto Arcangelo Gugliemelli aveva costruito a Napoli, nel 1711, nella Piazzetta Mondragone. Da visitare sono i fortini tedeschi della Seconda Guerra Mondiale disposti lungo la Linea Gustav sul crinale di Monte Cifalco. Su un lato sono visibili anche i ruderi dell’eremo di San Bartolomeo Abate, seguace di San Nilo. E’ forse quella la chiesetta di Santa Maria in Pescluso sapendo che Pescluso era l’antico nome del Monte Cifalco : il sannitico “pesc” (sporgenza rocciosa) e il latino “clausum” (racchiuso….fra i monti).

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