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Rubriche / La lenta scomparsa dai mercati dell’olio extravergine di oliva italiano

La lenta scomparsa dai mercati dell’olio extravergine di oliva italiano

News

  • 23/09/2025
Rubrica

In soli due anni (1996-97 e 1997-98) la Spagna ha superato il milione di tonnellate di olio di oliva prodotto, scalzando l’Italia dal primo posto al mondo con i suoi 300 mila tonnellate, poco più, a rappresentare la media produttiva annua. Alla fine del secondo millennio eravamo primi al mondo in quanto a produzione di olive e di olio: consumo di olio: superficie coltivata; numero di aziende: esportazione. Da allora abbiamo perso tutti i primati, anche quello di paese primo al mondo in quanto a consumo di olio. Anche qui superati dalla Spagna e, solo per poco, davanti agli Stati Uniti d’America. I tre paesi che, per circa la metà dell’olio consumato al mondo, stanno davanti a tutti. I dati parlano di una lenta scomparsa dai mercati dell’olio extravergine di oliva italiano (da sempre il più ricercato per la sua qualità) nell’indifferenza di chi, politica e mondo agricolo e industriale, in tutti questi anni, negli ultimi in particolare, ha dato spazio e potere alla Spagna e si è dimenticato dell’olivicoltura italiana. Una colpa che continua ad aggravare la situazione e a dimostrarlo c’è che uno dei comparti più importanti e diffusi dell’agricoltura italiana, che – nonostante il dato che raccoglie più sigle sindacali, e professionali, associative e cooperative – è, da sempre in attesa di un piano di sviluppo. Un vuoto programmatico che ha segnato e segna la crisi della nostra olivicoltura, Sono i dati dell’importazione di olio a dimostrarlo e la diffusione dell’abbandono dei nostri oliveti, soprattutto nelle aree interne, quelle segnate sempre più dallo spopolamento e dall’aumento dei dissesti idrogeologici. Un vero e proprio disastro, aggravato non solo dal vuoto politico e sindacale, ma, anche, dalla scelta di dare spazio alla diffusione degli oliveti superintensivi, che, in Italia, ha il significato di un attacco a fondo alla biodiversità olivicola espressa dal nostro territorio. Il più ricco patrimonio al mondo, che, nonostante i suoi 600 olivi autoctoni mono varietali, nessuno ha preso in considerazione e, oggi, con la sempre meno disponibilità di olio, il rischio è la sua riduzione se non cancellazione. Stiamo parlando di un patrimonio enorme, ovvero di una ricchezza che nessuno al mondo possiede, che ha tutto per vincere ogni concorrenza e conquistare i mercati più esclusivi e i consumatori più esigenti di qualità e di diversità. Importante per curare la bontà della propria tavola e avere premura della propria salute. 600 varietà di olivi, il patrimonio dal quale ripartire per ridare al Paese i primati persi.

Un patrimonio sprecato, che nega il domani di un fondamentale comparto della nostra agricoltura e offende il territorio italiano, le sue risorse e i suoi valori, quali storia, cultura, tradizioni, biodiversità. Risorse e valori che il dio denaro delle multinazionali e delle banche cerca di distruggere con tutti i mezzi, compresi quelli relativi alle energie, cosiddette “pulite”, prodotte da pali e pale eoliche, pannelli solari a terra. Senza dimenticare che l’olio, filo conduttore della Dieta Mediterranea, il vino e, con essi, il pane e la pasta, i legumi, in pratica il buon cibo, sono i nemici da battere per affermare il cibo coltivato in laboratorio e quello artificiale, le bevande prodotte industrialmente.

Un patrimonio – vale la pena sottolinearlo di nuovo – quello della biodiversità, tutto da utilizzare per tornare primi sui mercati del mondo, che, dagli ultimi decenni del secondo millennio, vive la situazione di spreco proprio nel tempo in cui essa rappresenta l’elemento strategico di una campagna di comunicazione e valorizzazione vincente nel mondo, in mancanza di concorrenti. A partire dalla Spagna. Il paese che – ancora qualche decennio – pagherà a caro prezzo la sua scelta degli oliveti superintensivi, rappresentati da due o tre sole varietà. Intanto, in Italia le piccole aziende coltivatrici spariscono per mancanza di reddito e vanno a far crescere ancor di più le grandi aziende che, con la loro agricoltura industrializzata, pensano alla quantità e non alla qualità. Tutto per rendere ancor più pesante la crisi del clima e sempre più difficile la sostenibilità ambientale e la fertilità del suolo. Altre ragioni, queste, della crisi dell’olivicoltura e della scomparsa crescente dell’olio extravergine di oliva italiano.

Senza un piano di sviluppo della nostra olivicoltura gli interventi ultimi di sostegno finanziario, che interessano anche il comparto olivicolo, servono solo per arraffare denaro e prolungare l’agonia di un comparto agricolo cancellato di fatto dall’importazione di olio e questo fino a quando la Spagna lo produrrà con i suoi oliveti superintensivi e, con essa, gli altri paesi dell’Europa mediterranea e del nord Africa. Tutto questo è nella mente di un sistema, il neoliberismo, padrone dell’intelligenza artificiale che sta lavorando per rendere l’umanità schiava di robot, che cancellano il tempo e azzerano la memoria, la nostra. Tutto per portare l’individuo, soprattutto di domani, a vivere il cibo coltivato in laboratorio o, anche, artificiale. Un’offesa al tempo ed alla natura, con i patriarchi che saranno un lontano ricordo.

Pasquale Di Lena, ideatore e fondatore di Città dell’Olio

Articolo pubblicato da  Teatro Naturale

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