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Rubriche / Il frantoio dimenticato di Caprarica di Lecce

Il frantoio dimenticato di Caprarica di Lecce

Andar per frantoi | Itinerari dell'Olio

  • 01/03/2018
Rubrica

Per gli appassionati di cultura dell’olio e dell’olivo uno dei luoghi da vistare è Caprarica di Lecce.

Città dell’Olio dal 2000 vanta un paesaggio che per l’80% è caratterizzato da oliveti e una lunga tradizione olivicola testimoniata dagli olivi millenari, dalle tante masserie e dalla presenza di circa 10 frantoi ipogei. Il frantoio ipogeo ubicato nei sotterranei del Palazzo Baronale di proprietà Greco, recentemente restaurato, è tra i più suggestivi. Il profumo di storia che si percepisce all’interno è straordinario ed è accompagnato dai fasci di luce che penetrano quasi con discrezione dalle piccole aperture delle volte. E’ del tipo “a grotta” (ossia interamente scavato nel banco di roccia) e spicca tra le diverse decine di frantoi analoghi conosciuti del territorio salentino sia per originalità planimetrica che per le dimensioni; ha infatti un’estensione di circa 400 mq ed è costituito da tre ampie sale. La sala centrale, oggetto dell’indagine archeologica, si sviluppa sotto l’ala sinistra del Palazzo in corrispondenza della torre normanna che costituisce il nucleo più antico del vecchio maniero; le altre due sale occupano, invece, una l’area sottostante la strada che fiancheggia il palazzo, l’altra l’area sottostante il cortile interno dello stesso. Ogni sala presenta l’area destinata alla molitura delle olive (con vasca e macine), l’area riservata alla spremitura (con i plinti dei torchi del tipo “alla calabrese”, i pozzi per la raccolta dell’olio e della morchia, e le pile per la conservazione), e una serie di piccoli ambienti scavati nel banco roccioso che si affacciano nell’area della vasca. Tra questi vi sono la stalla con le varie mangiatoie destinata al riposo degli animali, le sciave (ambienti con camini nella volta e canalette di scolo sul pavimento) per stipare le olive in attesa della molitura e la zona cucina destinata al riposo e alla consumazione del pasto da parte dei frantoiani e del loro capo (lu nachiru).  Sono apprezzabili le tracce lasciate sulle pareti dagli “zoccatori”, inconsapevoli creatori di un’identità territoriale ancora oggi forte; linee orizzontali e parallele che percorrono intere superfici murarie, sembrano avvolgere gli ambienti in un’atmosfera surreale, sussurrando di fatiche e di silenzi, di quotidianità e di sofferenze. Sono i segni del tempo e della memoria che riemergono dall’oscurità, raccontano di uomini e donne, di storie vissute. ll frantoio ha oggi un unico accesso costituito da una ripida scalinata consumata da secoli di usura che mette in collegamento l’atrio interno del palazzo Baronale con il monumento. Sovrasta la scalinata di accesso al frantoio un arco in pietra su cui è incisa la data di realizzazione del frantoio: 1835. Vi consigliamo di scoprirlo in occasione degli eventi speciali eventi del progetto Il Frantoio dimenticato.

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