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Rubriche / Il caldo e il cibo

Il caldo e il cibo

Il Punto

  • 08/08/2023
Rubrica

Continua il caldo a far male alla Terra per colpa di chi pensa che sia solo una questione di “maltempo” e non l’avidità di chi continua a perforare e a ricavare dai fossili le energie, anche quelle che servono per produrre le rinnovabili sfruttando il sole e il vento. Pannelli solari e pali eolici nelle mani di affaristi improvvisati che si vestono da lobby o da imprese e al primo vento e al primo colpo di sole scompaiono, lasciando al territorio invaso e depauperato un’enormità di materiale da smaltire e, in più, migliaia di metri cubi di calcestruzzo che, con le centinaia/migliaia di chilometri di strada e di fili e tubi, hanno già azzerato la fertilità di ettari e ettari di suolo fertile. Una superficie enorme, impossibile, se non si approva una legge che blocchi l’uso o, meglio, abuso di questo bene comune. da rigenerare per renderlo produttivo della sola energia pulita e rinnovabile, il cibo. Ancor più oggi, all’inizio di una nuova era segnata dal cibo artificiale, a partire da latte e carne. A tale proposito una piccola parentesi per me che ho trattato con più articoli il tema dell’”Agricoltura cellulare”, come viene definita la nuova arte culinaria, per dire che non ha alcun senso, se non propagandistico, quello di una legge che vuole, una volta approvata, proibire quello che cibo non è, visto che non ha niente a che vedere con la terra, che è vita, e con le mani sapienti dei coltivatori, negli ultimi decenni maltrattate dall’affermazione dell’agricoltura industrializzata con l’uso e abuso di veleni (prodotti chimici e ogm vari), che sta riducendo a poca cosa la biodiversità, cioè la natura, la vita. Ognuno è libero di mangiare ciò che vuole, ma alla destra la parola libertà mette prurito, dà fastidio, come anche nel caso dell’uso delle parole straniere, che solo una corretta informazione ha la possibilità di limitare perchè non diventi abuso e spreco di un’importante risorsa culturale, qual è la propria lingua, ancor più se supportata da dialetti, le espressioni alte della propria identità. Un’agricoltura propagandata come necessità per la sicurezza alimentare – basterebbe eliminare lo spreco alimentare e il cibo spazzatura- male si adatta alla sovranità alimentare. Anche quella fatta propria dall’attuale Ministro dell’Agricoltura italiano, visto che non ha niente a che vedere con quella definita a Sélingué in Mali, nota come “Dichiarazione di Nyéléni” in omaggio a una donna coltivatrice di Sirakoro, città del paese africano. Sovranità alimentare quale “diritto dei popoli ad alimenti nutritivi e culturalmente adeguati, accessibili, prodotti in forma sostenibile ed ecologica, ed anche il diritto di poter decidere il proprio sistema alimentare e produttivo. Presupposto di democrazia, giustizia tra i popoli e salvaguardia dei beni della Terra. Priorità all’economia ed ai mercati locali e nazionali, attribuendo il potere ai contadini, all’agricoltura familiare, alla pesca e all’allevamento tradizionali e colloca la produzione, distribuzione e consumo di alimenti, sulla base di una sostenibilità ambientale, sociale ed economica… un diritto fondamentale dell’uomo, riconosciuto e rispettato dalle comunità, i popoli, gli stati e le istituzioni internazionali”. Il luogo, in pratica, con il suo “Genio” che prevale sul globale; la piccola proprietà coltivatrice che torna ad essere padrona della sua storia e della sua cultura, dei suoi semi; punto di riferimento e parte fondamentale di quel bene comune che è il territorio, l’origine della qualità e della diversità, il solo grande tesoro che abbiamo,. La piccola proprietà coltivatrice, oggi in gran parte abbandonata nelle aree interne, e, per il resto, assorbita dalla grande azienda che, così, diventa ancora più grande facendo pensare a un ritorno del famigerato latifondo. Una dichiarazione, quella dell’attuale Minisstro dell’Agricoltura, che contrasta con la collazione e le scelte politiche del governo di cui è parte, e, come tale, solo propaganda. Ci crede la Coldiretti, la più grande organizzazione dei coltivatori italiani, eterna ombra di tutti i responsabili della pesante situazione che vive l’agricoltura italiana, quali i ministri dell’Agricoltura di tutti i governi che si sono avvicendati a partire dalla fine della guerra. Le altre organizzazioni non si lamentano neanche di questa supremazia della Coldiretti, sanno solo di non essere protagoniste nel momento in cui sposano il tipo di sviluppo e non si rendono conto dell’emarginazione che vive la nostra agricoltura, anche grazie alle scelte delle politiche dell’Ue. In pratica, con il silenzio l’accettazione delle politiche neoliberiste, quelle che hanno portato alla crisi strutturale del 2004 dell’agricoltura italiana e a non essere più perno di uno sviluppo economico, sociale, culturale e morale, ma primaria vittima di un sistema che depreda e distrugge il territorio e, con esso, la sua attività primaria, l’agricoltura, che da millenni dona all’uomo la gran parte del cibo. Un silenzio che rende ancora più forte e prepotente il sistema delle banche e delle multinazionali, quello del dio denaro. Il silenzio che diventa segno di accettazione, complicità, accondiscendenza ovvero collaborazione con chi ti sta togliendo tutto, anche la speranza.

Pasquale di Lena, ideatore e fondatore dell’Associazione nazionale Città dell’Olio

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